| Il piccolo
casale di Garopoli, oltre al dotto e rinomato canonista Domenico
Cavallari, di cui abbiamo già scritto un modesto cenno
bibliografico, ha dato i natali anche ad uno scultore: Domenico
De Lorenzo. Un artista dimenticato, e dico dimenticato non
senza ragione, perchè non se ne trova cenno in nessun
dizionario artistico; soltanto, a quanto mi risulta, qualche
rarissima volta si accenna a lui alla sfuggita, come per esempio
nelle <<Monografie di Storia Calabra Ecclesiastica>>
di Monsignor Domenico Taccone - Gallucci, gli si cambia perfino
il nome e lo si chiama Fortunato e non Domenico!
La famiglia di Domenico De Lorenzo è oriunda di Tropea.
Ignorasi in quale anno e per quali vicende si sia trasferito
a Garopoli, dove il nostro Domenico nacque nel 1742 e vi morì
a settanta anni nel 1812. Poco si sa della sua fanciullezza,
della sua adolescenza e della sua prima arte; ma, anche non
badano alle più o meno attendibili testimonianze dei
contemporanei, possiamo con certezza affermare che grande
fu il numero degli ordini ricevuti, delle statue scolpite,
delle soddisfazioni e degli onori avuti.
Nella sua prima giovinezza dimorò per un periodo, circa
dodici anni, presso un suo zio cattedratico, a Roma, dove
le grandi opere d'arte dovettero esercitare sul suo spirito
e sulla sua immaginazione un'attrattiva possente e si dedicò
con passione alla scultura, per la quale aveva dimostrato
sin dalla fanciullezza una singolare disposizione.
Ritornato nel paese natio, continuò a coltivare la
scultura, non come sfogo di piacere e di inutile passatempo,
ma per amore per l'arte, e questa celebre diva a Dio quasi
nipote, e fece lo scultore di statue sacre. Egli sapeva trasformare
in espressione artistica l'amorfa natura del legno, che ubbidiva
pazientemente ai colpi del suo scalpello e dalle sue mani
vennero fuori quasi a getto continuo statue su statue.
A Garopoli si formò una famiglia e sposò una
certa Francesca Cavallaro, dalla quale ebbe vari figli: Giosuè,
Cerajuolo, Michele, morto giovane, a 31 anni, che era una
grande promessa per la scultura, e Giuseppe, sacerdote e pur
esso mediocre scultore, che tra l'altro, ultimò alcuni
abbozzi lasciati dal padre.
Le opere di Domenico De Lorenzo hanno una specialità
che le distingue da quelle di altri scultori: sono tutte di
tiglio, che egli ricavava da una sua proprietà detta
<< Longa >> e sono notevoli sopratutto per la
precisa anatomia umana.
Poichè tutta la famiglia De Lorenzo coltivò
la scultura sacra fu chiamata per antonomasia << I Santari
>>.
Il nostro Domenico non ebbe discepoli: il solco da lui tracciato,
lieve ma non cancellabile, rimase deserto.
Delle statue di Domenico De Lorenzo, disseminate e sparse
nella Calabria, in città e borgate, crediamo opportuno
fare un elenco, segnando per ordine alfabetico dove presentemente
si trovano: Belmonte: S. Pasquale; Briatico: Immacolata; Calimera:
Madonna del Rosario; Condidoni: S. Gaetano; Caridà:
S. Sebastiano, Santa Rosa, Assunta, S. Antonio; Cittanova:
S. Gerolamo; Comerconi: S. Nicola, S. Antonio; Dinami: Madonna
della Catena, S. Giovanni, Madonna del Rosario, S. Antonio,
Cristo Risorto, S. Anna; Francavilla Angitola: S. Foca; Galatro:
Madonna della Montagna; Garavati: Madonna del Rosario; Garopoli:
S. Nicola; Joppolo: S. Sisto; Laureana di Borrello: S. Gregorio
Taumaturgo, Cristo Risorto, S. Giovanni; Limbadi: S. Pantaleone;
Simpidi: Madonna del Rosario; Mileto: Vergine della Cattolica;
Moladi: Madonna del Rosario; Monsareto: Madonna delle Grazie
proveniente dalla distrutta Daffinà; Nicotera: S. Giuseppe,
Cristo Risorto, S. Francesco di Paola, Madonna del Rosario;
Palmi: Madonna del Soccorso; Paravati: Immacolata; Pizzinni:
Immacolata, S. Carlo; Presinaci: Madonna del Rosario, Madonna
del Lume; Rizziconi: Madonna Immacolata, S. Carlo; Rombiolo:
S. Vincenzo Ferrari; S. Calogero: due statue dell'Immacolata;
S. Leo: S. Leone; S. Nicola di Limbadi: Madonna del Rosario,
S. Pier Fedele, S. Giuseppe, S. Pietro, Madonna Immacolata,
Addolorata; Serrata: Madonna del Rosario, S. Pantaleone, S.
Rocco; San Procopio: S. Rocco; Stelletano: S. Rocco; Zungri:
S. Pasquale.
L'enumerazione di tali lavori sopra elencati basterebbe sola
a testimoniare l'operosità artistica del De Lorenzo,
che, se non eccelse nell'arte, fu indubbiamente un alacre
scultore e merita comunque di essere ricordato, massimamente
ove si pensi che forse fu il solo ai suoi tempi in questi
luoghi a coltivare la scultura, vivendo purtroppo in un infelice
casale, isolato, lontano da ogni centro di cultura e da ogni
qualsiasi ambiente artistico. La sua vena, che avrebbe avuto
bisogno di espandersi, fu costretta a dibattersi e insterilirsi
in un ambiente del tutto sfavorevole e darci saggi migliori,
più significative e mature affermazioni.
Ma oltre alle sue statue predette altre ve ne sono che si
debbano al suo scalpello, perchè, ripetiamo, il De
Lorenzo lavorò per tutta la vita con passione e sempre
con rinnovata lena fu di un'attività fenomenale, sempre
pronto a rispondere ad ogni richiesta, senza far mercimonio
dell'arte sua, senza eccessive e smodate pretese. Però
riesce assai difficle riconoscerle, anche perchè molte
di esse, deteriorate dall'opera edace del tempo o dalla poca
o veruna cura nel conservarle, furono rinnovate ed affidate
a mani inesperte, a miseri imbianchini, che hanno fatto perder
loro ogni valore artistico, anzi le deturparono addirittura,
cancellando perfino il nome dello scultore scritto sulla base!
Sul De Lorenzo corrono vari aneddoti che tuttora sono ricordati
dagli anziani con vivissimo diletto: curioso quello relativo
alla statua di S. Giorgio che trovasi in Maropati. Si narra
che allorchè il De Lorenzo si recò a Maropati
per consegnare la statua di S. Giorgio, tutto il paese ne
fu soddisfatto e tributò lodi e plausi all'autore.
Se non che una pinzocherona, avendo osservato gli assai appariscenti
organi genitali del cavallo gridò allo scandalo e all'immoralità
e tanto strepitò che il buon parroco fu costretto a
pregare l'artista di togliere al cavallo quell'arnese. Il
De Lorenzo in sulle prime si diniegò, facendo osservare
che eseguendo quell'operazione, il cavallo sarebbe diventato
una semplice giumenta e S. Giorgio deve essere su di un cavallo
e non già su di una giumenta, ma poi, stretto dalle
insistenti preghere del debole parroco, sempre sobbillato
dalla pinzochera, annuì; pretese però come compenso
venti ducati, che la pinzochera fu sollecitata sborzare de
proprio. Il De Lorenzo, intasca la sommetta, con un colpo
di scalpello tolse via l'oggetto delle apprensioni della vereconda
pizochera, lo ravvolse in carta e se lo portò con sè
dopo aver riparato alla meglio con una buona pennellata la
parte dove era avvenuta la... mutilazione. Venuti in chiesa
ad osservare la statua i cittadini migliori del paese e varie
persone anche di Messina, si fecero da costoro comprendere
al parroco l'errore fatto per contentare una vecchia pizochera,
sicchè in breve tutto il paese unanime deplorò
la mutilazione fatta al cavallo ed il parroco, pentito di
aver dato troppa retta alla pinzochera, fu anche lui dello
stesso avviso. Ma il tempo stringeva, la celebrazione della
festa in onore del santo era imminente, ed il parroco, preso
il coraggio a due mani, pensò di mandare subito un
corriere al De Lorenzo pregandolo di ritornare a Maropati
per rimettere a posto gli organi genitali tolti al cavallo.
Il De Lorenzo con lo stesso corriere mandò a dire al
parroco che l'avrebbe contentato, previo pagamento di venti
ducati, somma che il parroco subito, con lo stesso corriere
inviò al De Lorenzo. Questi ritornò a Maropati
e con un chiodo applicò al cavallo la parte che aveva
tolta e così tutti rimasero contenti. Il De Lorenzo,
narrando tale episodio, soleva ripetere che un colpo di scalpello
e un chiodo erano costati quaranta ducati.
Il De Lorenzo mi fa pensare ad un altro scultore, sommerso
anch'esso nell'ombra dell'oblio, non certo delle stesse proporzioni
e della stessa fama di lui, ma comunque meritevole di ricordo:
Giuseppe Maria Sigillò, autore anch'esso di statue
lignee di santi.
Il Sigillò nacque in Cinquefrondi da Domenico ed Arcangela
Marchesano, studiò scultura sotto la guida di Raffaele
Salerno di Serra S. Bruno, che risiedeva a Cinquefrondi. Per
otto anni consecutivi fu sotto le armi a Messina, Catania
e Palermo, nelle quali città ben visto dai superiori,
anche perchè soleva regalare loro statue rappresentanti
costumi calabresi e pastori per presepe, godendo libera uscita,
potè coltivare la scultura, per la quale mostrava gran
tendenza. Appena terminato il servizio militare, a 30 anno,
sposò nel 1859 in S. Pietro Petronilla Maricca e quivi
fissò sua dimora. Dopo il 1870 fu sindaco di quel piccolo
comune e ricordo il bel vecchio dalla candida barba e la sua
fisionomia serena, sincera e semplice del galantuomo, mai
offuscata da calcolo, mai intorbidita da vane ambizioni. Morì
ottantenne il 15 aprile 1915 da tutti rimpianto.
Di lui abbiamo: a Galatro: S. Giuseppe; a Feraleto della Chiesa:
S. Giuseppe; a Dinami: S. Giuseppe; a Notta Filocastro: Madonna
del Carmine; a Bellantone: Cristo Risorto; a Serrata: Cristo
Risorto; a Spilinga: la Madonna di Spilinga; a Tropea: S.
Lucia; a Stromboli: l'Addolorata. In collaborazione col figlio
vivente, Placido, impiegato presso il municipio di S. Pietro
di Caridà: a San Calogero: Cuore di Gesù; a
S. Mariaa di Castellabota (Salerno): Cristo Risorto; a Scalea:
Cuore di Gesù; a Coccorino: S. Michele; a Joppolo:
S. Antonio di Padova; a Mansoreto: S. Francesco di Paola;
a Caridà: S. Giuseppe; a Nicotera: Madonna della Scala;
a Garoni, frazione di Limbadi: S. Nicola.
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