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Premio a Tommaso Cotronei
Al festival di Locarno insignito il regista calabrese
Presentato nella
sezione video al Festival Internazionale del film di Locarno
e vincitore del premio speciale della giuria e di quello "Cine-avvenire"al
Torino film festival 2005, "Lavoratori" è
l'ultima fatica di Tommaso Cotronei. In questo film-documentario
il regista ci parla della Calabria in cui viviamo. Con una
sensibilità estrema ci parla di bambini che fin da
piccoli sono mandati dalle famiglie a fare i lavori più
duri, a "disertare la scuola". Ci descrive un mondo
agrario fatto di uomini e donne distrutti dal lavoro e dove,
quindi la poesia non è possibile. Cotronei scopre il
cinema per caso. Lascia il proprio paesino da ragazzo per
andare a studiare a Padova. I suoi genitori faticano per farlo
studiare e lui ne è consapevole, ne soffre. Si iscrive
alla facoltà di medicina, ma ha troppe domande da fare
alla vita, alle quali non trova risposte. Inizia così
a lavorare e giunge a Cannes dove si innamora del cinema.
Si trasferisce, qundi, a Roma dove incontra il regista Vittorio
De Seta. Con lui collabora al documentario “In Calabria”
nel 1993 come assistente alla regia. Ma già nel ’98
esce col suo primo film “Nel blu cercando fiabe”,
presentato ad Arcipelago Cinema a Roma. Il film “Lavoratori”
segna la rottura definitiva dal cinema di De Seta <<
perché - sostiene Tommaso Cotronei – De Seta
si sofferma sulla poesia del mondo agreste. Ma chi con la
zappa ci è nato, non trova poesia in ciò che
fa. Prova dolore, sente sulla propria pelle i sacrifici che
è costretto a fare per sperare che i propri figli possano
avere un futuro migliore>>. Emerge, inoltre, dalle sue
opere uno stile innovativo, a metà tra il documentario
e la finzione. Cotronei è un regista che merita le
attenzioni che, purtroppo, finora non ha avuto o ha avuto
in parte. Attualmente sta lavorando a un nuovo progetto, sempre
in maniera rocambolesca perché non è mai stato
aiutato a produrre i propri film. Vive ogni giorno con la
convinzione che <<i libri salvano l’anima>>,
perché a lui hanno salvato la vita.<<Bisogna
affrontare il problema culturale che affligge la nostra Calabria
– dice – e combatterlo con tutte le nostre forze>>.
Romina Ciurleo
Sfruttamento dei
bambini in una Calabria immobile
Il documentario di Tommaso Cotronei punta
il dito contro il lavoro minorile.Il film ospite di «Italia
doc», una rassegna dedicata al cinema reale italiano
Già
il titolo è spiazzante: Lavoratori. Perché non
si tratta di operai, contadini, braccianti, ma di bambini.
Sì, piccoli di sei, sette, nove anni impiegati dalle
loro stesse famiglie a fare i pastori. Tutto il giorno in
campagna o nelle vallate per seguire le pecore da riportare
a sera nelle “stalle”, container di alluminio
più o meno a forma di cubo. E spiazzante è anche
il luogo dove tutto questo accade: non chissà quale
paese a Sud del mondo,ma nella nostra Calabria, a pochi chilometri
da Vibo Valentia. È da qui, infatti, che cinquant’anni
fa è «fuggito»TommasoCotronei, il regista
di Lavoratori, documentario passato allo scorso festival di
Locarno, premiato a quello di Torino e arrivato l’altro
giorno alla Casa del cinema di Roma, nell’ambito di
«Italia doc», un’imponente rassegna dedicata
al cinema del reale di casa nostra, occasione per mettere
l’accento su storie e aspetti anche inquietanti del
nostro presente, troppo spesso ignorati dai media. Ne è
un esempio Lavoratori, appunto. Film completamente autoprodotto
che mette il dito nella piaga del lavoro minorile, ma non
solo. Attraverso una fotografia spesso estetizzante il film
ci racconta di una Calabria immobile, quasi esclusa dal presente,
in cui continuano a consumarsi rituali arcaici a dispetto
di ogni possibile prospettiva di cambiamento. Il lavoro, dunque,
è solo quello inteso come “fatica”, la
zappa che si tramanda di padre in figlio e che spacca la schiena
e le mani, che non lascia possibilità di riscatto.
Eccoli allora i piccoli pastori
assistere loro malgrado allo sgozzamento di una capra, giocare
col sangue, mentre il più piccolo, forse quattro anni
appena, si attacca e succhia la mammella della bestia uccisa,
mentre il padre si preoccupa di preparare l’animale,
chissà, per la cucina. A scuola i ragazzini ci vanno
solo qualche giorno a settimana, racconta lo stesso regista,ma
gli insegnanti «siccome conoscono la situazione li promuovono
sempre a fine anno, invece di chiamare un’assistente
sociale o qualcuno che parli ai loro genitori». Siamo
lontani dai tempi della Calabria di De Seta (Tommaso ha cominciato
col grande documentarista), ma la distanza sembra essere solo
temporale. Del resto lo stesso regista, vero autarchico del
documentario e della vita, dice sempre di aver voluto «fare
il cinema per vendicare l’angoscia » dei suoi
«genitori costretti a passare le giornate a guardare
il muro perché è tale l’ignoranza che
non permette loro altra scelta». Racconta spesso Tommaso
della sua fuga dalla Calabria. Prima Padova nel tentativo
di fare l’università e dove si è salvato
la vita, come dice, «scoprendo i libri». Poi la
Svizzera come manovale e ancora Roma, l’iscrizione a
Filosofia e il banchetto di libri usati a Porta Portese, con
cui si mantiene. E, in fine, la scoperta del cinema per dare
voce a quella sua terra a cui è legato da un profondo
odio-amore. Una storia nella storia, insomma, come le tante
che propone ancora la ricca rassegna di documentari alla Casa
del cinema in corso fino alla fine di maggio.
Dalla Calabria…Storie d'altri
tempi da un mondo ancora in vita.
Ci
sono immagini che ti colpiscono lì per lì, sottolineate
da un dialogo serrato, da una conversazione accattivante o
da scenografie ben curate. E poi ci sono quelle che si imprimono
nella memoria dopo un po' di tempo, che non si appoggiano
alle parole perché ne hanno di loro, silenziose, incomprensibili,
scarne e inverosimilmente reali. Quelle che fanno pensare
ad una realtà forse troppo diversa, certamente più
dura ed immediata, nascosta e scalpitante. Di questa realtà
ho avuto la percezione andando nella campagna calabrese, tra
Vibo Valentia e Serra San Bruno, a seguire le riprese di Lavoratori,
di Tommaso Cotronei. Già si intuiva dal suo modo di
riprendere la realtà dal basso, come se a guardarla
fosse un bambino, il tipo di prodotto che ne sarebbe venuto
fuori; e quando gli domando se c'è qualcosa in particolare
su cui ha intenzione di indirizzare l'attenzione dello spettatore,
mi risponde che il suo scopo è quello di far arrivare
la durezza di quel mondo, il mondo contadino di una Calabria
che pochi conoscono, fuori dalle guide turistiche e dalle
rotte vacanziere. Tommaso mi dice che il montaggio sarà
fondamentale, e che attraverso di esso renderà l'idea
della crudeltà e della rigida mentalità con
cui anche lui ha dovuto imparare a convivere da ragazzo; ora
che ho visto Lavoratori montato devo ammettere che aveva ragione.
Gli istinti familiari, gli affetti e le tenerezze non vengono
vissuti con spontaneità, seguono o precedono momenti
di castrazione, di privazione di felicità che un attimo
prima sembrava esser stata raggiunta, in un circolo che si
annuncia senza fine. Non ci sono rimandi né allegorie,
è tutto lì, nei visi corrugati dal sole e nelle
schiene spezzate dalla fatica della terra, specchio di una
realtà in cui basta uno sguardo per ferire a vita.
Attraverso le storie di due famiglie emerge una verità
inscindibile dal lavoro e dalla natura, da cui deriva ogni
cosa, il pane, la fatica e la sofferenza che, giorno dopo
giorno, si fa strada seguendo un codice non scritto. I bambini
trascorrono il loro tempo immaturo tra pascoli e stalle, a
piedi nudi, per sentire quella terra e quel prato umido tra
le dita, ancora candide e paffute, destinate presto a diventare
ruvide e scure. Loro hanno ancora delle emozioni pure, degli
slanci di affetto che non hanno imparato a contenere. E, sopra
a tutto, volano libere le parole di Simone Weil : <<
Quando gli sventurati si lamentano, si lamentano quasi sempre
in un modo sbagliato senza evocare la loro vera infelicità,
e d'altra parte, nel caso di infelicità profonda e
permanente, un fortissimo pudore impedisce le lamentele. Così
ogni condizione infelice fra uomini crea una zona di silenzio
nella quale gli esseri umani si trovano chiusi come in un'isola
>>. Quell'isola esiste, è vero, e impedisce di
prendere una barca per esplorare quelle vicine, rinchiudendo
chi la abita in un universo di luoghi finiti e di tempi scanditi.
Le vallate sono di un verde che stordisce, ma gli abitanti
del luogo non sembrano interagire con l'ambiente esterno,
tanto sono spersonalizzati e sfibrati dai loro doveri, e non
sentono più l'odore del fieno sparso nella stalla,
del capretto scuoiato davanti al camino e quello della terra
dissodata di fresco. Poi c'è un attimo di luce che
spazza via la solenne austerità e gli stenti di una
giornata di lavoro, un bambino che prende un libro e legge
ad alta voce : <<La poesia è un lusso per talune
condizioni sociali. Il popolo ha bisogno di poesia come di
pane…>>. Ma si può solo pensare di scoprire
qualcosa di così impalpabile come la poesia vivendo
in un mondo simile, che non lascia spazio ad alcuna curiosità?
Chissà, forse il sentiero che intraprende alla fine
uno dei bambini termina proprio all'interno del tronco di
un grande albero, dove da sempre la poesia risiede.
Carolina Tocci
Tommaso Cotronei,
uno stile che incanta
Diventato in breve
tempo una star dei festival, Tommaso Cotronei con Lavoratori
merita l'attenzione che ha ricevuto in più di una occasione:
Locarno, Torino (premio speciale della giuria) e in questi
giorni il Roma Film Festival, già invitato nel nord
e del sud America a rappresentare uno sguardo nuovo. Misterioso
come la sua terra, la Calabria dell'entroterra, il suo cinema
si sviluppa sempre al limite della narrazione in un inedito
paesaggio calabrese. Quelle zone boscose piene di bruma le
abbiamo viste da lontano, tenute ben a distanza da Vittorio
De Seta in Calabria. Qui non siamo più di fronte ai
latifondi a perdita d'occhio, ma, in avvicinamento progressivo,
alla gente che umilmente vive del lavoro contadino. «I
lavoratori» del film sono i bambini che pascolano le
pecore della famiglia, isolati in una zona montana lontana
da tutto, con qualche camion che percorre la strada giù
in basso, sospesi tra un'epoca arcaica degli anziani e un
paese lontano che si indovina solamente. Il nome di De Seta
non è casuale perché Cotronei ha fatto il suo
primo apprendistato di cinema proprio sul set di Calabria,
già con un bel bagaglio di storie da raccontare, rivoluzionarie
nel mettere in luce una realtà sommersa e soprattutto
elaborando un tempo interiore che ha poi sviluppato in maniera
del tutto autonoma, impadronendosi delle nuove tecnologie
e montando da solo i suoi film lancinanti (non ci stupirebbe
se ancora oggi stesse mettendo mano a una ulteriore versione
definitiva). Ci troviamo di fronte a un paese sconosciuto
che non interagisce con il resto dell'Italia se non per piccoli
indizi. Il ritmo dei film di Cotronei è una registrazione
dei movimenti elaborati sulle attese. Calabrese lui stesso
di una zona montuosa, povera e aspra, ci raccontava di aver
dovuto faticare non poco a fare accettare il fatto che volesse
studiare, trattato quasi come un traditore della sua classe
contadina, chiamato in tono di sfida «lo studente»
dagli amici quando formavano le squadre di calcio e lo tenevano
ai margini. Nessun commento da parte di suo padre sulla sua
scelta artistica, sui premi, sui viaggi. «Voglio raccontare
quello che toglie la povertà alla mia gente, e non
si tratta solo di beni materiai, ma della possibilità
di poter accedere alla cultura, conoscere, sognare, una possibilità
non solo negata, ma neanche immaginata».
Silvana Silvestri
TORINO FILM FESTIVAL ’05 -
CONCORSO DOC 2005 - LAVORATORI
C’era
una volta un piccolo paese del sud dove viveva una famiglia
di pastori. Questa famiglia aveva due bambini, uno biondo
e uno bruno, che tutto il giorno lavoravano per aiutare la
mamma e il papà. La mattina si alzavano presto, portavano
il fieno nelle stalle e andavano a pascolare le pecore mentre
il papà si occupava di vendere i prodotti in città.
C’era una volta ma c’è ancora. Inquietante
e per certi versi difficile da digerire, Lavoratori costringe
lo spettatore di fronte ad un bivio morale: giudicare con
severità chi costringe i propri figli a lavorare o
comprendere che, ancora oggi, ci sono dei mondi, a noi nascosti
e sconosciuti, in cui vigono leggi diverse. Tutto questo Tommaso
Cotronei ce lo racconta senza falsi buonismi o inutili romanticismi
bucolici. Ce lo narra senza una parola, con la sola cruda
forza delle immagini a fare da testimone ad una verità
difficile da mandare giù, raccontando un’Italia
che non tutti conoscono e che i più sono disposti a
fingere di non conoscere. Il regista affronta un argomento
difficile e per certi versi impossibile da raccontare, senza
scadere nel patetico, senza diventare retorico ma trovando
una via, tra le molte possibili, che porta a comprendere e
a non giudicare. Non c’è nulla di rassicurante
in questo documentario, nulla che possa rimandare alla saggezza
di un mondo contadino ormai perduto, nulla che somigli a L’albero
degli zoccoli di Ermanno Olmi e nulla che ci possa far pensare
che un giorno i figli di quei bambini avranno una sorte diversa
da quella toccata ai loro genitori. Lavoratori ci spinge a
non chiudere gli occhi ma a prendere consapevolezza del fatto
che ci sono ancora realtà in cui l’infanzia finisce
troppo presto.
regia, soggetto, sceneggiatura, fotografia, montaggio, suono,
produttore/director, story, screenplay, director of photography,
film editor, sound, producer Tommaso Cotronei
Sila Berruti
Le
Foto del film Lavoratori |
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Foto dell'ultimo Film del Regista |
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